Per molto tempo della sua vita insegnò: a Cetraro, Belvedere, Paola e Rossano; come pure, brevemente, al Liceo Telesio di Cosenza dov’ebbe modo di conoscere il Misasi e Domenico Milelli. E la sua predilezione per gli studi lo portò pure lontano; come quando nel 1910, per incarico di Lamberto Loria, compose il padiglione calabrese del Museo nazionale d’etnografia, conservato tuttora in Valle Giulia di Roma.
Ammalatosi piuttosto gravemente, nel 1917 si ritirò nella sua casa, al Borgo di Cetraro, dove continuò a scrivere e studiare; confortato dall’affetto d’amici come lo scrittore Antonino Anile o l’antropologo Raffaele Corso che sempre si dichiarò suo allievo affezionato.
Finché, un anno prima di morire, diede alla luce, nel 1928, il suo ultimo lavoro: “Athena Calabra”. Una silloge di scritti che voleva rivendicare alla Calabria un suo atavico splendore; dove la storia regredisce ad epos ed il tratto fiero della gente di Calabria diventa, esso stesso, motivo formatore della storia. Ad alcuni parve, allora, quest’impresa un esercizio di retorica, che contraddiceva lo stato miserevole in cui si dibatteva la Calabria. Ma, come ebbe a dire una volta il De Giacomo, “la miseria, prima che nelle nostre tasche, è nella nostra testa”. E forse il vecchio professore di Cetraro non aveva torto.
Tratto da: Carlo Andreoli, ‘Arte in Riviera’, Paola, 2008