Il 25 mattina ('a matina 'e Natali) ognuno vestiva a festa ed andava in giro a formulare gli auguri a parenti ed amici. Ogni padrona di casa poneva attenzione a chi capitava per primo a formulare gli auguri, perché da questo traeva presagio per la famiglia. Era un giovane? La "casa" avrebbe avuto gran fortuna durante l'anno. Era uno di mezza età? La fortuna sarebbe stata così, così. Era un anziano? Ah, povera casa! Il responso era negativo. Ma, avrebbe raggiunto il massimo della negatività se a presentarsi per prima alla porta fosse stata una donna. Queste due ultime eventualità, per la verità era difficile che si fossero verificate: le donne, infatti, non andavano in giro ed in quanto agli anziani se ne stavano in casa ad aspettare di ricevere gli auguri, perché era obbligo dei ragazzi, dei giovani e degli adulti andare in giro a farlo. Il venir meno a tale obbligo significava snobbare questo o quell'anziano, questa o quella famiglia, la qual cosa equivaleva a grave offesa. Ai più piccoli si faceva la "strina" (strenna), consistente nel regalo di soldi (1).
Questo giorno, come quello della Pasqua, aveva un valore importante per i rapporti umani e, così si poneva fine a tante inimicizie, protrattesi magari per anni o per mesi. Questo avveniva per moto spontaneo o per intercessione di amici comuni. La cosa assume importanza non trascurabile se si pensa che in Calabria le inimicizie sono forti come le amicizie, come i vincoli di consanguineità e di comparaggio. Né va sottovalutato l'orgoglio al quale, facendo tale atto di sottomissione, bisognava rinunciare.
A pranzo si mangiava: brodo con tagliolini. Altri mangiavano, ancora, qualcosa di forte: fusilli, con ragù di carne "bassa"; il secondo era: gallo o cappone ripieno oppure capretto e quanto era avanzato del cenone. Passata la festa, subentravano le preoccupazioni di tutti i giorni e chi era male equipaggiato pensava alle sofferenze, alle quali sarebbe stato sottoposto durante il crudo inverno, memore del detto:
Finu a Natali:
né friddu, né fami;
'e Natal'avanti
treman'i 'nfanti (2)!
(1) La voce deriva dal lat. "strena"=dono. Presso i Romani la strenna era il regalo di buon augurio che i clienti erano soliti portare ai padroni, in occasione delle solennità. Così inoltre, veniva detto il donativo fatto dal soggetto ai Signore.
(2) Fino a Natale: / né freddo, né fame; / da Natale in avanti / tremano gli infanti.