Salendo ancora sul corso per un breve tratto, e poco prima della piazzetta picoola (o dei pesci o delle chianche), si trova, a sinistra, via Galeazzo di Tarsia (VI barone di Belmonte e poeta petrarchesco cosentino del XVI secolo, le cui Rime, pubblicate per intero nel 1617, erano ben conosciute ed apprezzate dal Foscolo). Sul fondo, nel vicolo

"dei casciari" (fabbricanti di casse), il
palazzo ritenuto dei Tarsia (ma della famiglia Gaeta), con portone tufaceo decorato a larga modanatura, ed accompagnato da due medaglioni a nicchia con festoni, contenenti i busti di Minerva e di Marte; nell'atrio, altra nicchia con busto non meglio identificato: tutta la decorazione è opera quattrocentesca. Sul corso confluiscono, sia a monte che sul lato del fiume Crati, numerosi vicoletti che offrono scorci suggestivi, antichi stemmi gentilizi, modeste icone e spesso pregevoli antichità, come la
torre con portale e feritoia di fattura due-trecentesca, o resti romani, nella zona in cui erano alcune porte della città (la "Pustierola"). Salendo ancora, a sinistra, il vecchio Municipio, recentemente restauro dopo decenni di abbandono, ma ancora inutilizzato: all'interno, erano la sala del Consiglio decorata da Rocco Ferrari (1854-1917), ritratti monocromi di illustri cosentini, arazzi dipinti da Paolo Vetri (1903), ritratto seicentesco del filosofo Bernardino Telesio, grande tela di Enrico Salfi (1858-1931) "Bruto che condanna i figli". Nell'atrio, lapide in memoria del Sindaco Alfonso Salfi (1852-1908), e, sul muro a sinistra dell'edificio, lapide posta nel 1904 a ricordo di Matteo Renato Imbriani-Poerio.
Il corso si allarga, poco dopo, nella piazza "grande" o anticamente (e sino all'ultimo dopoguerra: farmacie Vocaturo, Molinari) "degli speziali": si è così giunti al
Duomo , che appare in gran parte ripristinato, dopo una lunga serie di restauri dal 1884 ad oggi.
Le origini del monumento sembrano risalire alla ricostruzione di un preesistente edificio, abbattuto dal sisma del 1184. Nei secoli successivi il Duomo fu soggetto a diverse vicissitudini: i documenti ci attestano che l'opera di riedificazione si protrasse dal 1185 (o qualche anno dopo), cominciando con la erezione della sola aula, al 1222, data della consacrazione della nuova cattedrale alla presenza dell'Imperatore Federico II, con la realizzazione della facciata, navi laterali, zona absidale di schietto modulo cistercense a cura dell'arcivescovo Luca Campano. Negli anni 1479-84 vi furono altri interventi, a causa dei danni ancora apportati dai terremoti (atti d'archivio definiscono la chiesa ruinosa). Nel 1545, venne realizzata una soffittatura a cassettoni ed una decorazione a stucchi a opera di Bartolomeo della Scala di Pietrasanta. Dal 1559 al 1561 veniva rifatta l'abside maggiore perché non conteneva più gli stalli del coro per l'aumentato numero dei capitolari. Nel 1580 e negli anni seguenti fu inoltre demolita l'ala sinistra disperdendosi così illustri monumenti ivi collocati, come il sepolcro del figlio di Federico II, Arrigo. Nel 1638 un nuovo movimento tellurico fece crollare il campanile, che venne ricostruito sull'ala sinistra, all'opposto del luogo originario. Nel 1655-60 l'arcivescovo Sanfelice realizzò un passaggio coperto, recentemente restaurato, tra il Duomo e l'Arcivescovado. Numerosi altri interventi seguirono, culminando con il radicale restauro barocco dell'Arcivescovo Capece-Galeota, su progetto dell'abate Saverio Ricciulli (1745-59, data nella nuova consacrazione). Tra il 1830 ed il 1832 il vescovo Narni Mancinelli modificò la facciata, aggiungendo due campaniletti ed altre opere scenografiche, sino a che nel 1886 l'architetto Giuseppe Pisanti, su incarico dell'arcivescovo Camillo Sorgente, dava inizio ad un tentativo di ricostruzione dell'originaria architettura duecentesca. Sia questi restauri, che quelli dal 1922 al 1945 (ingg. Castucci, Armentano, Passerelli, etc.), pur essendo animati da buone intenzioni non sono stati assolutamente all'altezza del compito. In realtà lo schema originario ne è risultato snaturato, specialmente nella crociera e nelle absidi. Le inesattezze storico-stilistiche non

si contano, così come le soluzioni infelici: le parti absidali sono arbitrarie ed assolutamente inventate, con le volte ogivali a sagoma ribassata, pilastratura a fascio, dissimili tra loro, il profondo catino a mezza calotta, le monoforte archiacute di impianto misto, lo sgraziato tiburio che pretende arieggiare le agili lanterne cistercensi. Per il rosone non si trovò di meglio - dopo tanto studio - che ricorrere ad una semplice ghiera modellata sullo schema di quelli quadrilobati, evitando la decorazione a lobi.