Non si volle assolutamente tenere conto degli elementi - fusti di colonne a sezione schiacciata, piccoli capitelli a palmette, ecc. i quali per essere rinvenuti incorporati nella muratura demolita del rosone, provano, in modo certo, essere lo stesso plurilobato. Può però concludersi che la veste attuale del monumento è certamente preferibile al pesante barocco sette-ottocentesco, in quanto almeno arieggia l'aspetto originario, che nei secoli precedenti aveva costituito punto di riferimento stilistico-architettonico, preso a modello da numerosi edifici sacri, da S. Agostino in città, ad altri a Paola, Pedace, Spezzano Piccolo, Pietrafitta, Zumpano, etc. L'edificio costruito quasi tutto in tufo d'arenaria, è a schema
Basilicale

latino orientato a sud-ovest. La facciata è compartita dall'alto fronte centrale cuspidato, con il rosone che vi campeggia; ha due occhi quadrilobati sulle piccole porte. I portali archiacuti hanno caratteristica modanatura a fascio, con larga sagoma arricchita da decorazione a foglie di acanto. L'interno, lungo m. 49, largo m.21, con impostazione non in asse col transetto, è a tre navate, divise da una serie di pilastri quadri sui quali poggiano archi a pieno centro. I capitelli sono di disegno vario: su modulo bizantino a motivi geometrici con ornamenti e palmette stilizzate per le colonne a sinistra; a grandi foglied'acanto per la destra. La nave centrale prende luce da alte monofore ad impianto romano, con strombatura archiacuta; le navatelle, da bifore ad identico schema. Il transetto, che si eleva sulle navi (la sinistra è più stretta della destra) mediante una scalinata, ha copertura, assieme alle absidi, a volta. E' da vedersi salendo in un vano posto dietro la cappella della Confraternita degli Artisti (o dell'Assunta) la superstite originaria abside sinistra, restata integra. Essa si ricollega nell'impianto ad un magnifico esempio di architettura francese, quella cistercense della chiesa di Bonlieu nel Drome (fine sec. XII) e nei contrafforti alla badia florense di Fontelaurato nella vallata di Fiumefreddo Bruzio (v. IT-5).
Entrando nel tempio, a sinistra, cappella recentemente riaperta al culto dopo alcuni restauri della Patrona, Madonna del Pilerio, cui i cosentini sono devoti per i suoi miracoli, primo in ordine di tempo l'averli salvati dalla peste del 1576. Eretta su disegno del carrarese Andrea Maggiore (1598) venne completata nella parte decorativa con ricco fastigio in marmi mischi, dal napoletano Gennaro Pesce (1776). La parte centrale, ove è racchiusa in una massiccia cornice argentea a sbalzo (1854) la tavola della Titolare, ha due grandi angeli marmorei, opera del napoletano Giuseppe Sammartino (1778). Il dipinto (presente in copia per motivi di sicurezza) raffigura la Vergine che allatta il figlio, nel classico schema di matrice orientale, ricollegabile a quella cultura pittorica tardo federiciana che collega Messina e Salerno, con strette analogie nelle chiese della Costiera Amalfitana. Esso fu in parte rifatto verso la fine del XVII secolo, quando era malandatissimo e bisognoso di restauri, con integrazione delle parti lacunose con rozza pittura su tela applicata sulla tavola. L'altare centrale è opera barocca di marmorai napoletani (1771) eretto a spese della città. Nel paliotto, relique dei Ss. Eugenio e Silvano. Sulla parete a destra grande dipinto del '700, "Sposalizio di Maria Vergine", fronteggiato a sinistra dall'altro, grande, "Sposalizio" di Giambattista Santoro (XIX sec.), che ha preso il posto della "Immacolata" di Luca Giordano (1632-1705) proveniente dalla soppressa chiesa dei Cappuccini, ed ora nell'Arcivescovado.

Segue la Cappella dell' Arciconfraternita della Morte i cui confrati assistevano, per antichi privilegi, i condannati alla pena capitale - eretta nel 1589 (datazione: Mario Borretti), successivamente modificata (1756) in stile barocco, con stucchi. Sull'altare maggiore, dal disegno e fattura consimile all'altro della precedente Cappella, pala "Madonna delle Grazie" di ignoto locale (1770: Oranges?); nell'abside altre tele del pittore F. Bruno (1765); sulla volta grande dipinto di ignoto della fine del XVIII secolo con una scena della vita dei fratelli Maccabei. A destra dell'abside, alla parete, tomba comune ora racchiudente i resti dei Martiri Cosentini periti nell'insurrezione del 15 marzo 1844 e di quelli fucilati il 18 luglio stesso. In essa vennero nascosti (1845) le spoglie dei componenti l'infelice spedizione dei fratelli Bandiera e compagni, giustiziati il 25 luglio 1844 nel vallone di Rovito.