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Speciale Col - Sviluppo locale

Verso un'altra Calabria
Per molto tempo si è creduto che incentivi finanziari ed infrastrutture fossero di per sé sufficienti ad attivare la crescita economica ed occupazionale della Calabria.
L’intervento dello Stato è sempre stato volto a consentire una modernizzazione delle condizioni di vita ed una situazione di benessere diffuso, divenendo quasi l’unico agente della crescita economica di questa regione. Ma tanto non è bastato ad inserire la Calabria tra le aree più sviluppate del Paese.
Nel secondo dopoguerra l’economia dell’Italia meridionale, e quindi della Calabria, versava in condizioni precarie ed il divario con il Nord non accennava a diminuire. La produzione ed il livello occupazionale si basavano sostanzialmente sull’agricoltura ed era assente una vera e propria struttura industriale. La struttura sociale presentava una borghesia agraria e latifondista, formata da poche famiglie detentrici della maggior parte delle proprietà dei terreni. La situazione di profondo malessere era resa più acuta dalla collocazione geografica della regione, molto periferica rispetto all’intero Paese, dal territorio prevalentemente montano e collinare e dalle notevoli difficoltà economiche che hanno ostacolato l’integrazione dell’economia calabrese, provocando un isolamento di molte aree interne. La lotta per la terra e le tensioni sociali trovarono una risposta con i Decreti Gullo del 1944: il più importante riguardava la concessione ai contadini riuniti in cooperative delle terre incolte o insufficientemente coltivate. Ma tale politica non ebbe gli esiti sperati.
Nel 1950 venne approvata la Legge Sila, una legge di riforma agraria creata per la Calabria ma, successivamente, estesa anche ad altre zone, tra le quali Basilicata, Puglia e Sardegna.
La legge, che limitava l’estensione dei latifondi incolti a non più di trecento ettari, finirà con il fallire poiché i poderi assegnati ai contadini spesso non erano stati ben sistemati: mancavano strade, impianti elettrici, fognature. I contadini, pur divenuti proprietari, continuavano ad abbandonare la terra per emigrare verso l’estero o verso l’area del triangolo industriale (Torino, Genova, Milano). Con legge 10 agosto 1950 n. 646 venne istituita la Cassa per il Mezzogiorno la cui funzione era quella di promuovere ed incoraggiare lo sviluppo economico delle regioni più depresse del Sud. Tra gli obiettivi principali dell’Ente rientravano la realizzazione di infrastrutture, il sostegno dei redditi delle categorie meno favorite, vari incentivi per l’insediamento di attività economiche, nonché l’intervento dello Stato attraverso complessi industriali di proprietà pubblica. Era, infatti, opinione diffusa che lo sviluppo di una regione dipendesse dalla convenienza che un imprenditore privato aveva ad investire, per cui il compito dello Stato era quello di promuovere queste opportunità, allestendo le infrastrutture necessarie. Una simile impostazione mostrò, negli anni immediatamente successivi, evidenti segni di fallimento. Successivamente si avvertì la necessità di adottare agevolazioni orientate al perseguimento di determinati obiettivi, fra cui l’assorbimento della forza lavoro disoccupata, l’incremento della produttività ed il processo di industrializzazione. Si prospettava, così, la necessità di un intervento statale volto a favorire direttamente l’industrializzazione. Spesso, però, gli interventi assistenziali sono serviti ad acquisire solo qualche consenso politico, senza alcuna finalità di sviluppo per l’economia calabrese. E’ noto il fallimento di quel grande progetto di realizzare al Sud delle grandi industrie, creando nuovi posti di lavoro e contribuendo alla realizzazione di un miglioramento non solo economico ma anche sociale. Alla luce della rivolta reggina degli anni ’70, il Governo predispose un “pacchetto di investimenti per la Calabria”, più conosciuto come “Pacchetto Colombo”, dal nome del Presidente del Consiglio dell’epoca. In particolare si prevedeva l’incentivazione di svariate realizzazioni nel settore chimico, siderurgico e tessile e, di conseguenza, tanti posti di lavoro. Si trattò solo di un tentativo: le iniziative programmate in quegli anni rimasero solo una massa di opere incompiute e quell’ambizioso programma di industrializzazione era, dunque, destinato a tradursi in un colossale fallimento. Quei grandi impianti industriali sono, oggi, a noi noti come “cattedrali nel deserto”.
La Calabria è sempre stata caratterizzata da un modello di industrializzazione “dall’alto”che non ha creato un tessuto industriale locale. Le politiche pubbliche hanno, solitamente, accresciuto i circuiti assistenziali, aumentando il grado di dipendenza dall’esterno e rafforzato clientele e gruppi di potere. Il clientelismo politico ha fatto sì che il rafforzamento del consenso elettorale si accompagnasse ad un indebolimento della fiducia nelle istituzioni. Negli ultimi anni si è fatto ricorso a strumenti di programmazione negoziata, che, nelle rappresentazioni degli enti pubblici e privati, sono interpretati come uno dei modi per avviare la cooperazione e lo sviluppo locale. Nelle intenzioni del legislatore l’interazione di più soggetti crea, attraverso il confronto e l’impegno reciproco, le condizioni per l’ideazione e la realizzazione di un progetto di sviluppo, rappresentando un’opportunità per la realizzazione di un sistema locale di funzionamento sociale, economico ed istituzionale stabile. Si possono individuare, quindi, le linee progettuali per lo sviluppo locale, inteso quest’ultimo, non solo come sviluppo dell’imprenditoria e dell’occupazione, ma anche come opportunità di innovazione sociale ed istituzionale. Vi è una forte attenzione al territorio come luogo della specificità, che valorizza le proprie risorse e tenta di superare alcuni vincoli, avendo come obiettivo principale lo sviluppo locale, favorendo la collaborazione tra istituzioni, sistema politico e mondo imprenditoriale.
Le politiche industriali spesso sono risultate inadeguate alle esigenze dei calabresi, perché si è posta l’attenzione solo alle risorse provenienti dall’esterno, alle quali la regione ha fatto ricorso dal momento che non sempre quelle interne sono sufficienti. Si è trascurato di comprendere, individuare e valorizzare le risorse e le potenzialità esistenti. Si è fatta strada, quindi, l’idea che non è più ipotizzabile l’esistenza di un modello economico carente di qualsiasi programmazione e che occorre una politica che non si basi solo sull’emergenza, volta a risolvere eventuali crisi settoriali, ma una politica che sia di tipo permanente, guidata da una visione imprenditoriale che si pone come unico obiettivo quello di creare un’economia con interessanti prospettive di sviluppo. L’imprenditorialità, infatti, non è nulla di precostituito, ma essa fa corpo con la storia e si risolve tutta nell’esperienza complessiva in cui si palesa ed agisce. Non si deve dimenticare che la Calabria possiede un patrimonio inestimabile di risorse, di aree protette, di beni storici, archeologici, oltre che di risorse naturali: tale patrimonio, adeguatamente salvaguardato e valorizzato potrebbe contribuire a dare un’immagine positiva della regione, facendo di uomo, storia, natura e cultura gli unici protagonisti.


Articolo a cura di Francesca Scarpelli



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